Giappone tra spirito, cibo e natura

Sono tornata dal Giappone, anche se non vi ho più raccontato nulla della mia permanenza in terra nipponica. Quello di settembre è stato un mese impegnativo: 11 aerei mi hanno portato in giro per il mondo toccando anche il Portogallo e la nostra bella Sicilia. Diciamo che il tempo per scrivere sul blog è stato soppiantato dagli impegni lavorativi e dalla stanchezza che ho accumulato nel mio girovagare: ecco dunque perché, fino a ora, non ho trovato il tempo giusto per proseguire con il racconto legato al mio viaggio giapponese. A volte occorre che i pensieri e il vissuto siano lasciati sedimentare, soprattutto quando fusi orari e miglia di distanza prendono il sopravvento sulla tua quotidianità.

Il cratere Okama sul Monte Zao

Ecco allora che, a un mese di distanza dal mio rientro, prendo in mano i miei ricordi che cercherò di riassumere su questa pagina virtuale per imprimerli nell’immenso World Wide Web (la ragnatela più estesa al mondo), ma anche per lasciare qualche consiglio a chi ha in programma un viaggio nella terra dei samurai. Il nostro viaggio è stato alla scoperta della regione di Tohoku e delle sue immense bellezze storiche e naturalistiche. Primi fra tutti gli onsen, le terme, che in quest’area sono molto numerose. Spesso immerse e nascoste nella natura, gli onsen sono stati in passato dei veri e propri rifugi legati al benessere e al riposo per le popolazioni locali: erano il luogo del ristoro dopo la raccolta del riso che qui cresce rigoglioso nella varietà Japonica. Con il passare del tempo questi bagni termali sono diventati non solo un forte richiamo per i turisti, ma anche per tutti i giapponesi che hanno voglia di trascorrere un weekend o alcuni giorni lontano dallo stress e dalla vita delle grandi città.

Spesso gli onsen si trovano all’interno dei ryokan, i caratteristici alberghi giapponesi dove si dorme sul futon appoggiato sul tatami (la stuoia di paglia di riso rivestita di giunco) e dove viene servita una cena kaiseki, secondo la tradizionale cucina multiportata. La cucina kaiseki è molto divertente e curiosa, soprattutto per noi europei che siamo abituati a mangiare abbondanti piatti che dall’antipasto arrivano al dolce. Nel caso giapponese, quasi tutte le portate sono messe in tavola nello stesso momento, fatta eccezione per la ciotola di riso e il brodo che chiudono il pasto e per qualche altra specialità servita successivamente.

La tavola è imbandita di piccole e graziose ceramiche, funzionali e minimalisti vassoi, immancabili bacchette (con cui si mangia anche la carne wagyū senza tagliarla, tanto è morbida), da bicchieri di sake (la bevanda che deriva dalla fermentazione del riso) e di tè caldo, ma anche di verdure fermentate, pesce grigliato o crudo, tofu in tutte le sue forme e dimensioni (anche fritto), soba (pasta di grano saraceno simile ai nostri tagliolini e generalmente servita fredda) e verdure di stagione anche se in misura decisamente minore rispetto a quanto siamo abituati a mangiare noi. Il sushi è presente ma non in maniera preponderante, come del resto la frutta o i dolci  fatta eccezione per l’umeboshi (prugne salate) e i mochi (dolci di riso). La frutta in Giappone costa tantissimo e, ho scoperto, viene spesso comprata per essere regalata in occasioni importanti. Poiché invece lo zucchero e il mirin (condimento a base di riso) sono spesso utilizzati nelle portate proposte non c’è la necessità di servire specialità dolci come avviene tradizionalmente invece in Europa.

Una delle zone più belle per vivere l’esperienza degli onsen e dei ryokan è il piccolo villaggio di Ginzen Onsen che si affaccia sul fiume Shirogane. Una dozzina di ryokan e tre bagni pubblici termali sono l’anima di questo luogo immerso nel verde e fortemente radicato nelle tradizioni e nella cultura locale. Il Sankyo no yado Ginzan-so, a cinque minuti a piedi dal centro del paese, è un punto d’appoggio ideale e possiede un onsen affacciato sullo spettacolare bosco che circonda il paese.

E che la natura sia stata parte integrante del mio viaggio che da Sendai mi ha portato a Yamagata, lo testimonia uno dei luoghi più suggestivi che io abbia mai visto: il Monte Zao e il lago naturale del cratere Okama, che si raggiunge anche a piedi (come abbiamo fatto noi) con un trekking leggero di un paio d’ore che parte dall’arrivo dell’omonima funivia. Ma la natura  è ricca e rigogliosa nell’intera regione: lo testimoniano gli interminabili campi di riso che costeggiano tutte le strade principali (e non solo), ma anche i sentieri, le spettacolari gole come quella di Geibikei che si può percorrere a bordo delle tradizionali wabune (piatte e lunghe barche giapponesi), o i templi sempre immersi in parchi colmi di alberi secolari, dove a volte sorgono laghi di diverse dimensioni o dove può succedere di inerpicarsi per oltre mille gradini immersi nel verde.

Del resto queste sono le zone percorse a piedi da Matsuo Bashō, il più grande maestro giapponese della poesia haiku di cui vi ho parlato nel mio precedente post. I templi principali della zona sono quattro: Zuihanji Temple a Matsushima, Chuson-ji e Motsū-ji a Hiraizumi e Risshaku-ji a Yamagata.

Tutti e quattro furono fondati dal monaco Ennin (Jikaku Daishi) e sono famosi per essere stati visitati, appunto, da Bashō. E così, al di là di ogni aspettativa, mi sono trovata a percorrere un piccolo pellegrinaggio (il mio Santiago, anche se non l’ho percorso a piedi) che mi ha consentito di collezionare quattro timbri (quanto vanno forte in Giappone i timbri non potete immaginarlo) su un raccoglitore speciale che ho acquistato dai monaci (che ho chiamato blasfemamente compostela) e che loro mi hanno siglato visita dopo visita scrivendo le date  a mano e donandomi, al termine, un riconoscimento su cui è indicata la parola fede.

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