Gerusalemme: il Menù dell’Ultima Cena

È sempre bello osservare i progetti prendere una forma. Assistere alla loro nascita, viverli in prima persona, vederli realizzati. Ricordo ancora quando, in un piccolo bar di Torino in pieno Quadrilatero, Gene mi ha raccontato di questa “avventura” chiamata Ultima Cena. Erano i primi giorni del 2014: inizio gennaio, freddo pungente; tornando indietro con la memoria posso affermare con una certezza quasi assoluta che la nostra conversazione si sia svolta davanti a un tè caldo o a una fumante tazza di cioccolata calda. Che in ogni caso hanno portato bene.

Già, perché a un anno di distanza dal viaggio in Palestina che ho compiuto insieme a Generoso Urciuoli e Marta Berogno (i due archeologi torinesi specialisti in cibo antico), si è conclusa la ricerca storico-archeologica che insieme hanno condotto sul Menù dell’Ultima Cena.

copertina gerusalemme ultima cenaIl risultato? È in uscita per i tipi di Ananke il libro dedicato a questo lavoro, un volume dove in cibo è inconsapevolmente protagonista. Gerusalemme: l’Ultima cena (16,50 euro – 204 pag.) è una storia che utilizza il cibo per indagare uno degli avvenimenti chiave per la cultura occidentale e per tutta l’umanità: l’Ultima Cena, evento presumibilmente accaduto all’inizio del I secolo d.C. nell’allora Giudea e inserito in un contesto ben preciso e articolato.

Il cibo, però, come elemento di indagine, non è l’unico a essere sottoposto alla lente di ingrandimento: la Palestina, Gerusalemme, l’Impero Romano, il popolo eletto, le Sacre Scritture e non solo, sono gli altri ingredienti che vengono imbanditi sul tavolo di questa ricerca.

Fondamentale – spiegano gli autori – per fotografare la tavolozza alimentare e le abitudini legate alla tavola della Palestina nel periodo in cui avvenne la Cena per antonomasia, è stata la ricostruzione di  alcuni banchetti citati nel Nuovo Testamento: dalle nozze di Cana, al Banchetto di Erode per arrivare all’Ultima Cena. La ricostruzione di questi avvenimenti, fatta con il filtro del filologicamente accettabile, è utile per ricostruire il quadro alimentare presente a Gerusalemme nel I secolo d.C. Il popolo di Israele – proseguono Urciuoli e Berognoha un legame molto forte con il cibo, che assume una valenza spirituale e culturale fondamentale; con il banchetto delle nozze di Cana abbiamo fatto luce sulle tradizioni alimentari e sulle numerose regole (kasherut), che rappresentano il fondamento della pratica religiosa, mentre con il banchetto di Erode abbiamo analizzato quali potevano essere le influenze, sopratutto romane, di una cucina internazionale presente a Gerusalemme. Un alimento comune in tutti i banchetti, escludendo il pane e il vino che sicuramente erano presenti, fu per esempio il garum: la salsa di pesce tipica della cucina romana, ma presente anche nella variante locale chiamata tzir”.

Ma cosa si mangiò durante l’Ultima Cena? Dove si svolse? Quando? In che modo? Questi gli interrogativi a cui il libro cerca di fornire una risposta.

Intanto, secondo Urciuoli e Berogno, l’Ultima cena non può essere un Seder Pasquale in quanto quel rito fu codificato almeno un secolo dopo la presenza di Gesù sulla terra, per sopperire al venir meno del Tempio di Gerusalemme, distrutto nel 70 d.C. dai Romani. Il Tempio era centro nevralgico, giuridico, religioso e luogo dove avvenivano le celebrazioni e i sacrifici anche per Pasqua. Quando avvenne dunque l’Ultima Cena?

In secondo luogo il libro, attraverso un’attenta ricerca iconografica delle raffigurazioni realizzate in Oriente e in Occidente dal III secolo d.C. in avanti, si distacca dalla scena descritta nel cenacolo vinciano. “Attraverso i dipinti – spiegano Urciuoli e Berognosiamo abituati a vedere Gesù e gli apostoli seduti dietro a un tavolo, ma i Greci e i Romani erano soliti mangiare semisdraiati e adagiati, come gli abitanti della Palestina all’epoca di Gesù. Non c’erano Triclini in tutte le case, ma ovunque tappeti e cuscini con una serie di tavolini bassi, dove veniva appoggiato il cibo. La nostra immaginazione – proseguono – è troppo condizionata dal capolavoro di Leonardo da Vinci che deriva da secoli di codificazioni iconografiche in cui si indicavano quali dovevano essere gli elementi tipici da inserire nella rappresentazione. A questo si aggiunge che l’immagine tradizionale dell’Ultima Cena è diventata il simbolo del tema del ‘Sacramento’, dell’eucarestia: ciò che avvenne a Gerusalemme nel I secolo d.C. acquisendo, con il passare dei secoli, un fortissimo valore simbolico che non ne agevola la ricostruzione”. In che ambientazione e dove si svolse dunque l’Ultima Cena?

Questa indagine ha dunque portato a “mettere il luce”, nell’accezione archeologica, qualcosa che è sempre esistito, ma che era coperto da strati composti da “vuoti di memoria”, “non conoscenza” o “mancanza di collegamento tra gli elementi.

Grazie al filtro del filologicamente accettabile, nel libro si è verificata la possibilità che fossero presenti alimenti e preparati tipo lo charoset o le erbe amare, piatti tipici della Pasqua, ma anche altri, come lo cholent, tipico delle festività, oltre ad alimenti della zona palestinese come l’issopo che potevano essere consumati anche quotidianamente. Se fosse stato il periodo Pasquale, cosa avremmo trovato sulla tavola dell’Ultima Cena? Sicuramente Agnello, Cholent di legumi del sabato, Olive all’issopo, Charoset con datteri, Erbe amare ai pistacchi, Pane azzimo, Vino aromatizzato. Ma se si fosse svolta in un altro periodo dell’anno il Menù sarebbe stato lo stesso?

Ecco l’ipotesi avanzata dagli autori: se consideriamo valide le testimonianze dei Vangeli, e che Gesù fosse presente a Gerusalemme per  festeggiare una ricorrenza che prevedeva il pellegrinaggio nella Città Santa, le occasioni potevano essere oltre alla Pasqua  altre due: la festa di Pentecoste e la Festa dei Tabernacoli o delle Capanne.

©SarahScaparone2014-8427La loro ricostruzione propende per la Festa dei Tabernacoli, festa autunnale dove si commemoravano gli anni passati nel deserto vivendo accampati in tende. Durante la festività  si costruivano per strada o sui tetti capanne dove, su tappeti, si consumavano anche i pasti. Quindi, se mettiamo alcuni elementi a confronto, ci ritroviamo a Gerusalemme per una grande festa, una cena svoltasi ad un piano superiore (tetto?), ‘arredata’ con ‘tappeti’, L’ingresso di Gesù a Gerusalemme, poi, vede l’acclamazione con rami di palma, presenti più in autunno che in primavera; le grida di ‘Osanna’ erano tipiche delle processioni della festa dei Tabernacoli… e il menù sarebbe stato vario e abbondante. Ciò che potrebbe risultare stupefacente è che nella  ricostruzione, nulla vietata di pensare che su quella tavola fossero presenti alimenti e preparati tipici della Galilea e in particolare di Cafarnao: pesce san pietro, realizzato con aroni e timo, tzir ossia una variante locale del garum, la salsa di pesce tipica della cucina romana e una fragrante schiacciata di fichi ad accompagnare il pasto.

E il volume firmato da Urciuoli e Berogno fornisce anche, in appendice, un’accurata selezione di ricette relative al periodo storico affrontato dall’indagine.

 

 

 

 

 

 

 

 

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