Georgia, alle origini del vino/1

Nel cuore dell’area caucasica, fieramente ancorata alla propria identità, la Georgia ammalia per la varietà dei paesaggi, la vitalità delle tradizioni, la ricchezza del patrimonio culturale.

Una linea di demarcazione geografica e storica separa la Georgia occidentale, protesa verso il Mar Nero, chiamata dagli antichi Greci Colchide e dagli abitanti Egrisi, dalla Georgia orientale, l’Iberia del mondo classico, sede sin dal 300 a.C. del regno di Kartli con capitale Mtskheta.

All’estremo Est, incuneata tra l’Azerbaijan, l’antica Albania caucasica, e il Daghestan, da cui un tempo provenivano temute bande di razziatori, s’estende la regione del Kakheti che, pur comprendendo l’altopiano dello Iori e le montagne del Tusheti, ha il suo cuore pulsante nella pianura dell’Alazani.

Vigneti nel Kakheti (25)Riparata a nord dal Grande Caucaso, che la preserva dai gelidi venti settentrionali, e a sud dal Piccolo Caucaso, che attutisce l’effetto delle calde e asciutte correnti meridionali, la regione, con i suoi terreni calcarei e alluvionali, è habitat ideale per la vite e il periodo migliore per visitarla è tra settembre e ottobre durante la vendemmia (rtveli).

Secondo studi archeobotanici, avvalorati da ritrovamenti come la scoperta della più antica cantina al mondocon recipienti per la fermentazione del vino databili al 4100 a.C., primi esperimenti di addomesticazione della vite ebbero luogo nel Caucaso meridionale (e in Mesopotamia) tra VI e IV millennio a.C.. Proprio in Georgia, terra che vanta oltre 520 vitigni autoctoni (di cui solo 38 oggi vinificabili), Noè avrebbe impiantato le barbatelle di vite scampate al Diluvio.

Nel Kakheti, cui spetta il primato vinicolo con l’Imereti (ovest Georgia), si mantiene in uso un metodo ancestrale di produzione, applicato tradizionalmente ai vini bianchi, che si basa sull’impiego di anfore di terracotta interrate (Kvevri) per la fermentazione del mosto, depositato  nei recipienti insieme con le vinacce dopo la pigiatura, e la successiva maturazione del vino per un tempo variabile da 3 a 8 mesi sulle fecce, a temperatura costante di 12/15°C.

Il liquido, chiarificato, viene poi travasato in Kvevri puliti, interrati e sigillati, posti in cantine di pietra, dette marani, ricavate di norma al piano terra delle abitazioni, dove il vino rimane per mesi o per anni. Praticata è l’usanza di sigillare un’anfora alla nascita d’un figlio e di aprirla il giorno del suo matrimonio.

Il metodo Kakheto, implicando la macerazione e, quindi, il contatto prolungato con bucce, peduncoli e vinaccioli, dà origine a vini bianchi dai tratti marcati, ricchi in polifenoli (le cui proprietà antisettiche consentono di evitare la solforazione) e dal colore carico, tendente all’ambrato.

Tsinandali - residenza di Chavchavadze (5)
Tsinandali

Tra i vitigni dominanti in Kakheti, il Rkatsiteli, uva a bacca bianca adatta a suoli calcarei, e il Saperavi, a bacca rossa, classificato come uva tintoria, cioè contenente pigmenti sia nella buccia, sia nella polpa, da cui deriva un vino dalle tinte forti (color melograno), tannini intensi, fruttato. Da uve Saperavi coltivate nella sottozona Muzukani si ricava l’omonimo vino, che invecchia almeno tre anni in botti di quercia. Tsinandali, oltre che per la residenza del poeta Alexander Chavchavadze, è celebre per l’omonimo vino bianco, ottenuto dalla miscela di uve Rkatsiteli e Mtsvane, mentre il Kindzmarauli, altra sottozona, è un vino amabile da uve Saperavi invecchiato per due anni.

In fase di riorganizzazione la rete dei produttori, tra cui ricordiamo Teliani Valley a Telavi, Velistsikhe Veranda e l’azienda Khareba  con vigneti in Kakheti e Imereti, che vanta un sistema di gallerie per la conservazione del vino ramificato per 7,5 Km. nelle viscere della montagna.

La vite in Georgia non incide solo il paesaggio, ma la si ritrova con frequenza scolpita e dipinta in chiese e monasteri, di cui il Paese è disseminato. Cristianizzata a partire dal IV secolo d.C., quando Mirian re di Kartli venne convertito da Santa Nino di Cappadocia, cui si deve tra l’altro una croce di forma particolare, tra i simboli della Georgia, composta da tralci di vite intrecciati, il Paese conserva un patrimonio di architettura sacra di sorprendente integrità, sopravvissuto a secoli di saccheggi e occupazioni ad opera di Arabi, Mongoli, Turchi, Persiani, Daghestani, e agli anni del regime comunista.

Nel Kakheti sono imperdibili il complesso monastico di Davit Gareji, al confine con l’Azerbaijan, sulle pendici semidesertiche del monte Gareji, fondato da San Davit, uno dei tredici padri siri giunti in Georgia dalla Mesopotamia nel VI secolo, la cattedrale fortificata di Alaverdi, costruita nell’XI secolo sul sedime d’una chiesa del VI, il monastero di Ikalto, costituito da tre chiese,  sede nel Medioevo d’una importante Accademia, e i resti della città reale di Gremi, capitale del Kakheti dalla fine del XV secolo al 1615, quando venne distrutta da Abbas, Shah di Persia, che ne deportò gli abitanti a Fereydan (Iran), dove i discendenti conservano memoria dell’identità georgiana.

Paolo Barosso (testo e foto)

 

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