Verduno, perla enologica delle Langhe

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Foto di Paolo Barosso

Tra gli undici comuni inclusi nel distretto del Barolo s’incontra Verduno, borgo delle Langhe albesi dove, tra i filari di vitigni classici del Piemonte, Barbera, Nebbiolo, Dolcetto, Favorita, si fa strada una perla ampelografica, il Pelaverga, coltivato su circa quindici ettari, da cui l’azienda vinicola Castello di Verduno, condotta da Gabriella Burlotto e Franco Bianco, ricava il Verduno Doc Basadone.

La tradizione assegna al Beato Sebastiano Valfrè, nato a Verduno nel 1629, il merito d’aver avviato su queste colline ricche di marne calcaree ed arenacee la coltivazione del vitigno, mettendo a dimora un mazzo di barbatelle della varietà Pelaverga proveniente dal Saluzzese. Il vino da uve Pelaverga, forse introdotte nel Saluzzese dai monaci di Pagno nell’VIII secolo, da cui il nome di Pelaverga di Pagno, era tanto apprezzato da papa Giulio II che nel primo Cinquecento Margherita di Foix, consorte del marchese di Saluzzo Ludovico II, riforniva la corte pontificia ogni anno di “una trantena di botalli”.

Recenti analisi hanno però riconosciuto al vitigno coltivato a Verduno e, in parte, nel territorio di La Morra e Roddi, autonomi caratteri genetici rispetto a quello omonimo del Saluzzese, individuando nelle dimensioni dell’acino la differenza più evidente tra le due varietà. Nacque così la distinzione tra Pelaverga Grosso, presente nel Saluzzese e tra Torinese e Chierese, dove è noto come Cari, e Pelaverga Piccolo, con cui s’identifica la varietà di Verduno (di diverso ceppo è il Peilavert canavesano), caratterizzata da maturazione medio-tardiva (principio di ottobre) e resistenza a ritorni di freddo, per via del germogliamento tardivo.

basadoneSopravvissuto a flagelli come la fillossera, ma condannato alla marginalità (veniva venduto come uva da tavola sui mercati torinesi negli anni Cinquanta), il Pelaverga di Verduno risorse dai primi anni Settanta, quando alcuni produttori presero a vinificarne in purezza le uve, un tempo mescolate nei filari a Barbera e Nebbiolo e utilizzate per rinforzare altri vini. Fra questi pionieri, spicca la famiglia Burlotto, discendente da quel commendator Giovan Battista Burlotto che, acquistato dai Savoia il castello di Verduno nel 1909, passò alla storia come uno dei padri del Barolo moderno.

Il vino che se ne ricava, insignito della Doc come Verduno Pelaverga nel 1995 (il disciplinare prescrive l’uso di uve Pelaverga da sole o in concorrenza, nella misura massima del 15%, con altri vitigni a bacca nera non aromatici), risalta per il colore rosso rubino talora con riflessi violacei, i sentori floreali e fruttati con accenti di fragola, le note speziate con predominio del pepe bianco.

Tra i personaggi nativi del borgo spicca il beato Sebastiano Valfrè, prete oratoriano della Congregazione Filippina di Torino che, ricordato dalla storiografia sabauda per aver infuso coraggio ai Torinesi durante l’assedio franco-spagnolo del 1706 e dalla tradizione locale come importatore del Pelaverga, fu cappellano di corte di Vittorio Amedeo II di Savoia e, in questa veste, protagonista d’uno dei tanti aneddoti che tentano di spiegare le origini del motto dinastico FERT. Il Valfrè, rimproverando a Vittorio Amedeo II le frequentazioni extraconiugali, lo ammonì con la frase Foemina erit ruina tua – la donna sarà la tua rovina – da cui l’acronimo Fert, in realtà già esistente da secoli.

Attorno alla casa natale del Beato si edificò tra il 1888 e il 1940 un santuario, dove si conservano 17 ex-voto che indicano come intercessore il Valfrè, in alcuni casi raffigurato con le insegne vescovili, allusione alla nomina ad arcivescovo caldeggiata da Vittorio Amedeo II, ma declinata dal Beato.

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Foto di Paolo Barosso

Le colline tra Roddi e Verduno, ricoperte in età romana di fitti boschi (la barbarica silva),  furono teatro, secondo Claudiano, nel 101 a.C. della battaglia dei Campi Raudii tra i Romani di Caio Mario e i Cimbri, fatto bellico che altri studiosi, basandosi su Plutarco, situano invece presso Vercelli.

La fondazione del castello di Verduno risale forse al X secolo, epoca in cui l’incastellamento si manifestò sia come reazione difensiva contro Ungari e Saraceni, sia come segno architettonico d’una mappa del potere parcellizzata tra un pulviscolo di domini loci.

La comunità di Verduno, legatasi al comune di Alba, con cui stipulò un patto nel 1197, e successivamente soggetta agli Angioini e ai marchesi del Monferrato, venne poi integrata, con il trattato di Cherasco del 1631, nei domini sabaudi, e del relativo feudo, eretto in marchesato, venne investito il nizzardo Carlo Luigi Caissotti, già conte di Santa Vittoria, che dal 1737 fece in parte riplasmare il castello su disegno di Filippo Juvarra. Nel 1838 re Carlo Alberto lo acquistò per farne un’azienda vinicola, ispirandosi al modello attuato a Barolo dai marchesi Falletti, e l’edificio venne frequentato come dimora di campagna dai membri della famiglia reale, tra cui il figlio di Vittorio Emanuele II, Oddone, che, costretto su una carrozzella, trascorreva il tempo catalogando i fossili delle vicine Rocche Patarine.

Paolo Barosso

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