Un Natale diverso, con il cuore a Kinshasa

Tornare alla realtà non è facile. Vuoi perché le emozioni sono ancora forti, vuoi perché hai mille pensieri in testa, ma soprattutto perché vorresti ancora essere lì a Kinshasa, in quell’Ospedale Universitario trascurato e maleodorante dove tu, però, hai respirato la vita.

_MG_4901Ieri io e Thorsten siamo rientrati a Torino dopo un lungo viaggio che dal caldo equatoriale ci ha riportato nel freddo pungente del nord Italia dove tutto qui (a parte gli scioperi che stanno mobilitando la città), parla già di Natale. Natale… A Kinshasa domenica, passando in auto tra le vie della periferia cittadina al ritorno dalla nostra visita al Paradiso dei Bonobo,  abbiamo visto un albero addobbato all’interno di un negozio: unico segnale tangibile di una festa ormai alle porte. Non so quanti la festeggeranno in Congo e non ho nemmeno idea dei riti legati a questa ricorrenza. So per certo però che le suore del “nostro” Convento si riuniranno nella sala comune (dove tutte le mattine abbiamo fatto colazione) e metteranno i tavoli nel giardino per trascorrere insieme, tra canti e preghiere, la sera della vigilia. E io sarò con loro perché questo, per me, sarà un Natale diverso. E non potrebbe che essere così.

Tutti mi chiedono com’è stata questa esperienza… “Stupenda” e “da ripetere” sono le prime parole che mi vengono in mente, ma voglio dirvi anche che sono frastornata e che solo ora dopo ora riesco a vedere più chiaro dentro al mio cuore e nei miei ricordi. Sì, sono andata a Kinshasa per raccontare la Missione di Cute Project e per fare le foto, per realizzare un reportage. Oggi posso dire che ho fatto anche quello. Ma ripercorrendo con la mente le giornate africane sono contenta di essermi resa disponibile in ogni modo. Quando sei lì non hai tempo per pensare, ma agisci in base alle priorità. E se la priorità del momento è quella di scattare, lo fai; se invece è quella di parlare con qualcuno, tradurre una conversazione, giocare con un bambino, tenere la mano a un paziente o aiutare durante una medicazione di sicuro non ti tiri indietro. Lo fai e basta. E questo ti resta nel cuore. Come ti restano impressi in modo indelebile i ricordi di un gruppo di medici e infermieri che non si fermano mai, che hanno un’energia contagiosa, che sono lì per aiutare e nulla li può ostacolare: né la burocrazia,  né tanto meno l’egoismo di un’inglese arrogante e diabolica che pensa solo ai propri interessi (ma questa è un’altra storia e non so se mai la racconterò).

Per la prima volta nella mia vita sono entrata in una sala operatoria da sveglia, e ho capito cosa accade dopo l’anestesia. Ho visto dottori concentrarsi al massimo durante gli interventi, confrontarsi con i colleghi africani per il miglior esito delle operazioni, affrontare ogni problematica con una determinazione inesauribile. Ho visto un team unito capace di intendersi con uno sguardo, una squadra solare capace di andare oltre e pronta a operare più pazienti del previsto affrontando turni estenuanti “solo” per poter aiutare qualche persona in più. Sono una squadra di angeli, ve lo posso garantire, ve lo dico con il cuore. E se tutti gli angeli dell’Ospedale CTO di Torino sono così, ragazzi posso anche dirvi  che qui in città possiamo davvero dormire sonni tranquilli.

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Daniele Bollero è l’anima del gruppo, il capo missione, quello che non si tira mai indietro: un vulcano di idee contagiose che sembra tutto d’un pezzo, ma che si commuove all’improvviso pensando alle proprie figlie. Ezio Gangemi è impeccabile nella sua professionalità: poche parole ma sempre quelle giuste, mai stanco lavora con una precisione indescrivibile. Bartolomeo Operti è l’uomo del sorriso, l’anestesista che lavora instancabilmente da giorni su due sale, quello che saluta i pazienti prima di addormentarli e che li rianima con tutta la dolcezza di questo mondo. Gilberto Magliacani è il “papà” del gruppo, abile intessitore di rapporti diplomatici ti sorprende per il suo umorismo e la sua grande umanità. E poi ci sono Samanta Marocco e Loredana Silvestro: le strumentiste, quelle che non lasciano mai la sala operatoria se non per un caffè. Sempre concentrate al 100 per cento seguono tutti gli interventi, si ricordano di ogni caso, di ogni azione, di ogni istante. Senza di loro la sala operatoria non potrebbe esistere.

Ogni persona di questo team ha un ruolo fondamentale, ma nessuna prevalica le altre. Ognuno è a Kinshasa per dare il meglio di sè e lo fa con tutte le sue forze. Sono orgogliosa di loro, e sono orgogliosa di essere loro amica. Vorrei che li conosceste e che vi lasciaste travolgere da tutte le emozioni che loro mi hanno permesso di vivere durante i miei dieci giorni a Kinshasa. Con il senno del poi penso che ognuno di noi  dovrebbe provare un’esperienza di questo tipo almeno una volta nella vita. Non solo per “ridimensionare” la propria realtà quotidiana, ma soprattutto per essere libero di vivere (almeno per qualche giorno) abbandonando la mente e ascoltando unicamente il proprio cuore. A me è successo così, e ve lo posso garantire, non vedo l’ora di ripartire.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Anto ha detto:

    Bellissima !!!

    Mi piace

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